Sulle regionali bisogna partire dalle certezze un po’ noiose, le regole.
Anzitutto c’è il turno unico, non il ballottaggio che fa scomparire le liste e confrontare solo i due candidati più votati. Già questo indica che il peso del candidato è minore rispetto ai sindaci e che la costruzione delle liste è più importante che non per le comunali.
Poi va rilevato che, come per i comuni, si possono dare due voti diversi, anche opposti, al presidente e a una lista, anche non collegata a lui. Si può anche dare un voto solo: se lo dai alla lista vale automaticamente anche al candidato presidente collegato, se lo dai al presidente vale comunque ai fini della vittoria. Alla fine però, diversamente dai comuni, non c’è mai la cosiddetta anatra zoppa: il premio va al candidato presidente con più voti, sommando i suoi con quelli delle sue liste.
Passiamo quindi dalle regole alle regolarità. La grande maggioranza degli elettori dà solo il voto di lista, oppure due voti coerenti, il che produce i medesimi effetti.
Una quota minima dà due voti incoerenti, di solito perché dà un voto amicale con la preferenza e un voto politico per il candidato presidente. Questa scelta, anche se minima, vale però doppio: infatti si tratta di un voto sottratto agli uni e aggiunti agli altri. Se le liste di Polverini avessero il 50% e quelle Bonino il 48%, e se l’1% praticasse il voto disgiunto a favore di Bonino, il risultato diventerebbe 49% a 49%.
Per questo un po’ di campagna mirata per illustrare questa possibilità è opportuna, anche se non è di per sé risolutiva.
Sono invece molti di più gli elettori che votano solo il presidente, in genere intorno al 10%.
La volta scorsa nel Lazio furono il 14%. È qui che si può recuperare di più, anche se il fenomeno tende a bilanciarsi: lo fanno elettori di entrambi gli schieramenti che decidono di votare per la competizione più importante e che peraltro è molto più chiara nella sua bipolarizzazione rispetto alla frammentazione delle liste. Nel 2005 Marrazzo vinse nel Lazio perché passò dal 48,4% sulle liste al 50,7% grazie al bonus dei voti sul solo presidente. Nel complesso, però, tra voto disgiunto e voto solo al presidente è sbagliato attendersi una correzione di più di 4 punti rispetto ai voti di lista: per questo per le regionali è prioritario costruire liste competitive, mentre i sondaggi sui soli candidati presidenti, come se si votasse con due schede separate, rischiano di indurre a gravi errori di valutazione, come capitò nel 2000 quando il presidente del consiglio D’Alema si dimise anche per previsioni diffuse alla vigilia del voto che indicavano il centrosinistra vincitore addirittura in Veneto. Il sondaggio tra Cacciari e Galan dava infatti vincente il primo, ma ciò significava solo che i voti al solo presidente e i voti incoerenti erano a suo favore, non tali però da capovolgere il distacco tra le liste.
Tra le regolarità vi è poi il fatto che la partecipazione al voto non è altissima, sta in genere sul 70%, dieci punti in meno rispetto alle politiche. Per questo pesa molto non solo la capacità di sfondare nell’elettorato incerto, ma anche la mobilitazione del proprio, e ciò spiega perché sia stato particolarmente opportuno ricorrere alle primarie, anche solo al fine di coinvolgere sin d’ora quote rilevanti di elettorato. Teniamo conto, ad esempio, che in Puglia si vincerà con circa un milione di voti e che le primarie ne hanno mobilitati già 200.000, il che non sarà affatto irrilevante.
Queste riflessioni possono però condurre a un mito erroneo, quello per cui, stante il maggior peso delle liste, il risultato sia meccanicamente dipendente dall’ampiezza delle coalizioni a causa della forte vischiosità dell’elettorato italiano. In verità non solo essa è minore in tutte le elezioni diverse dalle politiche, ma soprattutto scende quando mutano le coalizioni. È errato pensare che gli elettori seguano pedissequamente le scelte di vertice dei dirigenti del partito che votano tradizionalmente.
Le liste pesano di più, ma il voto di lista non è scontato, meccanico.
Lo abbiamo visto anche alle politiche non solo sull’estrema sinistra (che una parte degli elettori vota solo se sta in coalizione, altrimenti usa il voto utile a favore del Pd), ma anche nel caso dell’Udc: il fatto che nel 2008 quel partito fosse fuori dal centrodestra ne ha mutato considerevolmente l’elettorato. Ha perso non pochi voti a destra perché, costretti a scegliere, una quota che votava Udc quando era alleata a Berlusconi si è spostata sul Pdl, che è stata parzialmente bilanciata da una quota di provenienza Margherita, attratta dalla nuova posizione indipendente. Ora in queste regionali l’offerta delle coalizioni e dei candidati presidenti è diversissima: quindi potrebbero verificarsi risultati non scontati e non meccanicamente legati all’assemblaggio realizzato tra i partiti.
Attenti quindi a regole e regolarità, ma anche a miti erronei.

