Si avvicinano le Regionali 2010

Sulle regionali bisogna partire dalle certezze un po’ noiose, le regole.
Anzitutto c’è il turno unico, non il ballottaggio che fa scomparire le liste e confrontare solo i due candidati più votati. Già questo indica che il peso del candidato è minore rispetto ai sindaci e che la costruzione delle liste è più importante che non per le comunali.
Poi va rilevato che, come per i comuni, si possono dare due voti diversi, anche opposti, al presidente e a una lista, anche non collegata a lui. Si può anche dare un voto solo: se lo dai alla lista vale automaticamente anche al candidato presidente collegato, se lo dai al presidente vale comunque ai fini della vittoria. Alla fine però, diversamente dai comuni, non c’è mai la cosiddetta anatra zoppa: il premio va al candidato presidente con più voti, sommando i suoi con quelli delle sue liste.
Passiamo quindi dalle regole alle regolarità. La grande maggioranza degli elettori dà solo il voto di lista, oppure due voti coerenti, il che produce i medesimi effetti.
Una quota minima dà due voti incoerenti, di solito perché dà un voto amicale con la preferenza e un voto politico per il candidato presidente. Questa scelta, anche se minima, vale però doppio: infatti si tratta di un voto sottratto agli uni e aggiunti agli altri. Se le liste di Polverini avessero il 50% e quelle Bonino il 48%, e se l’1% praticasse il voto disgiunto a favore di Bonino, il risultato diventerebbe 49% a 49%.
Per questo un po’ di campagna mirata per illustrare questa possibilità è opportuna, anche se non è di per sé risolutiva.
Sono invece molti di più gli elettori che votano solo il presidente, in genere intorno al 10%.
La volta scorsa nel Lazio furono il 14%. È qui che si può recuperare di più, anche se il fenomeno tende a bilanciarsi: lo fanno elettori di entrambi gli schieramenti che decidono di votare per la competizione più importante e che peraltro è molto più chiara nella sua bipolarizzazione rispetto alla frammentazione delle liste. Nel 2005 Marrazzo vinse nel Lazio perché passò dal 48,4% sulle liste al 50,7% grazie al bonus dei voti sul solo presidente. Nel complesso, però, tra voto disgiunto e voto solo al presidente è sbagliato attendersi una correzione di più di 4 punti rispetto ai voti di lista: per questo per le regionali è prioritario costruire liste competitive, mentre i sondaggi sui soli candidati presidenti, come se si votasse con due schede separate, rischiano di indurre a gravi errori di valutazione, come capitò nel 2000 quando il presidente del consiglio D’Alema si dimise anche per previsioni diffuse alla vigilia del voto che indicavano il centrosinistra vincitore addirittura in Veneto. Il sondaggio tra Cacciari e Galan dava infatti vincente il primo, ma ciò significava solo che i voti al solo presidente e i voti incoerenti erano a suo favore, non tali però da capovolgere il distacco tra le liste.
Tra le regolarità vi è poi il fatto che la partecipazione al voto non è altissima, sta in genere sul 70%, dieci punti in meno rispetto alle politiche. Per questo pesa molto non solo la capacità di sfondare nell’elettorato incerto, ma anche la mobilitazione del proprio, e ciò spiega perché sia stato particolarmente opportuno ricorrere alle primarie, anche solo al fine di coinvolgere sin d’ora quote rilevanti di elettorato. Teniamo conto, ad esempio, che in Puglia si vincerà con circa un milione di voti e che le primarie ne hanno mobilitati già 200.000, il che non sarà affatto irrilevante.
Queste riflessioni possono però condurre a un mito erroneo, quello per cui, stante il maggior peso delle liste, il risultato sia meccanicamente dipendente dall’ampiezza delle coalizioni a causa della forte vischiosità dell’elettorato italiano. In verità non solo essa è minore in tutte le elezioni diverse dalle politiche, ma soprattutto scende quando mutano le coalizioni. È errato pensare che gli elettori seguano pedissequamente le scelte di vertice dei dirigenti del partito che votano tradizionalmente.
Le liste pesano di più, ma il voto di lista non è scontato, meccanico.
Lo abbiamo visto anche alle politiche non solo sull’estrema sinistra (che una parte degli elettori vota solo se sta in coalizione, altrimenti usa il voto utile a favore del Pd), ma anche nel caso dell’Udc: il fatto che nel 2008 quel partito fosse fuori dal centrodestra ne ha mutato considerevolmente l’elettorato. Ha perso non pochi voti a destra perché, costretti a scegliere, una quota che votava Udc quando era alleata a Berlusconi si è spostata sul Pdl, che è stata parzialmente bilanciata da una quota di provenienza Margherita, attratta dalla nuova posizione indipendente. Ora in queste regionali l’offerta delle coalizioni e dei candidati presidenti è diversissima: quindi potrebbero verificarsi risultati non scontati e non meccanicamente legati all’assemblaggio realizzato tra i partiti.
Attenti quindi a regole e regolarità, ma anche a miti erronei.

No processo breve è prescrizione breve

 

     Il governo ha deciso di procedere all’approvazione di una legge che comporterà la cessazione di tutti i processi che siano durati più di due anni. Un processo estinto attraverso una legge di questo tipo non potrà più essere ripetuto. L’imputato che beneficerà dell’estinzione del processo si troverà in una situazione fortunata, risolvendo tutti i suoi problemi con la giustizia. Si tratta di un provvedimento molto grave, senza precedenti nella storia repubblicana: il governo, di fatto, utilizza il potere legislativo per contrastare il potere giudiziario, usando una legge parlamentare per impedire alla magistratura di andare avanti con i processi.

     In Italia c’è un problema riguardante i tempi della giustizia. La durata media dei processi, per causa di lavoro, è pari a 700 giorni, mentre in Francia, sempre per una causa di lavoro, ci vogliono soltanto 350 giorni, nei Paesi bassi 265. Per un recupero crediti in Italia ci vogliono in media 1210 giorni, in Francia 331.

    I tempi lunghi della giustizia sono un problema per tutti i cittadini e sono legati alla bassa produttività dei tribunali e all’eccessiva complicazione delle procedure. Ma questi tempi lunghi della giustizia danno vita ad una spirale viziosa: l’incertezza dei tempi con cui la giustizia giunge ad una decisione incentiva l’illegalità, e finiscono per aggravare ulteriormente il carico di lavoro dei tribunali.

     E’ importante e necessario affrontare il tema dei tempi della giustizia, ma questo provvedimento del governo non ha l’obiettivo di accelerare per tutti i cittadini i tempi della giustizia, ma di difendere gli interessi di una persona in particolare: Silvio Berlusconi, che risolverebbe gran parte dei suoi problemi giudiziari, mentre tutti i problemi dei tempi della giustizia rimangono, perché non si va ad incidere sulle procedure, non si migliora l’efficienza dei tribunali, non si assumono nuovi magistrati e non si realizzano investimenti informatici per consentire processi telematici.

     Quello che succederà, con questo provvedimento, sarà che ogni giudice dovrà decidere se concentrare la propria azione giudiziaria e il proprio tempo solo su quei provvedimenti che possono essere chiusi nell’arco dei due anni, altrimenti avrà sprecato il suo tempo. La prima questione che sorge è quella dell’obbligatorietà dell’azione penale, che a questo punto andrà a “farsi friggere” perché i giudici dovranno decidere ogni volta se vale la pena avviare un provvedimento giudiziario o meno. Si creerà un forte incentivo da parte della parte accusata a ritardare le cause sperando di far decadere l’azione penale.

     Di fatto, viene meno la certezza dell’azione penale, uno dei cardini dell’economia e del mercato. In tutte le situazioni nelle quali le imprese e i cittadini rischieranno di essere truffati, ingannati e di subire un torto, non potrebbero veder mai prevalere il loro punto di vista. Pensiamo al caso Parmalat e al caso Cirio, tutte azioni che hanno richiesto più di due anni da parte dei cittadini per far rispettare i propri diritti e che, una volta entrata in vigore questa legge, verranno meno. Pensate all’azione penale in corso per le scalate bancarie contro l’ex governatore della Banca d’Italia Fazio, anche in questo caso verrebbe meno perché sono passati più di due anni.
Questo è un provvedimento che rischia di ridurre l’attrattività dell’economia italiana per gli investitori stranieri, che ci vedranno come un Paese dove non c’è la certezza del diritto, e rischia di mettere a repentaglio i diritti dei piccoli risparmiatori, dei cittadini, che non potrebbero far rispettare le proprie posizioni.

Un provvedimento che non è nell’interesse del Paese, ma nell’interesse personale di una singola persona, un provvedimento molto grave al quale dobbiamo opporci.

Pd il clima d’opinione è grigio

 

     Il clima d’opinione è grigio. Economia e lavoro. Politica. Anche la fiducia nel premier e nel governo, passata la benefica onda emotiva prodotta dall’aggressione a Milano, un mese fa, si è ripiegata.

     Senza, peraltro, che l’opposizione ne abbia tratto vantaggio. Il Partito Democratico, in particolare. Nelle stime elettorali naviga intorno al 30%. Un po’ sotto, per la verità. È sceso, rispetto a qualche mese fa. L’elezione di Bersani l’aveva rafforzato. Ragionevole e competente, guardato con simpatia anche dagli elettori di centrodestra. Poi, la sospensione delle ostilità interne: non c’erano più abituati gli elettori del Pd. Così la nave del Pd aveva ripreso il suo viaggio.

     Oggi, all’avvio della campagna che conduce alle elezioni regionali di fine marzo, sembra essersi incagliata di nuovo. Senza una rotta. Senza una bussola. Le stesse primarie per scegliere i candidati stanno frenando il Pd. Ciò è significativo, visto che le primarie sono, al tempo stesso, "mito e rito fondativo" (la formula è di Arturo Parisi) del Partito Unitario di Centrosinistra. L’Ulivo di Prodi, dapprima, e, quindi, il Partito Democratico di Veltroni. Diversi modelli di un comune progetto politico e istituzionale: maggioritario e bipolare. La risposta di centrosinistra al modello imposto da Berlusconi.

     Oggi le primarie sembrano, invece, un’arena dove regolare i conflitti interni al partito e alla coalizione. Perlopiù, un ostacolo di fronte ai disegni del gruppo dirigente del partito. D’altronde, è difficile ricorrere alle primarie se si privilegia l’alleanza con l’Udc. Che ha fatto del proporzionale una ragione di vita. E che, comunque, non avrebbe una base elettorale adeguata a imporre i propri candidati in una consultazione popolare. Più in generale, è arduo cogliere una strategia coerente nelle scelte del Pd, in questa fase. Quasi dovunque il partito appare diviso. In contrasto al proprio interno e con i dirigenti centrali. Spesso incapace di decidere. Nel Lazio si è piegato – senza discussioni – all’autocandidatura della Bonino. Non proprio in accordo con l’intenzione di accostarsi alle componenti cattoliche moderate e all’Udc. In Puglia, invece, oggi le primarie celebrano lo scontro – più che il confronto – tra Vendola e Boccia (trainato da D’Alema). Divisi su molti temi. Non ultimo l’intesa con l’Udc. Anche a Venezia la scelta del candidato sindaco avviene in un clima acceso. Da vicende personali e dalla questione del rapporto con i moderati. Insomma, le primarie, invece di mobilitare e unificare gli elettori del Pd e del centrosinistra intorno alla ricerca di un candidato comune, si stanno trasformando in una resa dei conti.

     Il Pd nazionale non sembra, peraltro, capace di regolare le scelte assunte in ambito regionale. Semmai, le complica ulteriormente. Somma le proprie divisioni a quelle locali. Rischia, così, di affermarsi un "modello balcanizzato", come l’ha definito Edmondo Berselli. Ciò avviene perché il Pd resta sospeso in una zona d’ombra. A metà fra la tentazione – implicita e inconfessa – di rifare il "partito di massa" fondato sulle appartenenze e sull’apparato. E l’imperativo – esplicito – di costruire il "partito dei cittadini", maggioritario e bipolare. Il percorso congressuale ha accentuato questa incertezza. Dapprima, la lunga sequenza dei congressi a livello territoriale ha mimato il "partito di iscritti". Le primarie, poi, hanno evocato il modello americano, che coinvolge elettori e simpatizzanti. Bersani è stato eletto da entrambi i modelli di partito. Avrebbe potuto, sfruttando la legittimazione conquistata, imprimere una svolta chiara al Pd. Indicare un progetto, definire un programma, con obiettivi chiari. Ai "suoi" elettori, anzitutto. Fin qui non l’ha fatto. Anche se continua a riscuotere ampia fiducia personale, mentre il Pd perde consensi. Una contraddizione significativa. Riflesso dell’incerta identità del Pd, ma anche di una leadership personale ancora incompiuta. Bersani, infatti, è simpatico a molti, non solo a sinistra, anche perché le sue parole non fanno male. Non segnano confini netti.

     Non marcano appartenenze né differenze chiare. Nello stesso Pd, dove emergono posizioni diverse e talora contraddittorie, ad esempio: sui temi della giustizia e dell’immunità. E ciò lascia trapelare il dubbio che le decisioni importanti vengano prese altrove, da altri. I soliti noti. Magari è una scelta meditata. Ha deciso di non decidere, di lasciare in sospeso le scelte strategiche, in vista di tempi migliori. Per non tradurre le divisioni interne in fratture. Ma allora meglio dirlo apertamente, per non passare da debole. In-deciso.

     Insomma, il Pd oggi è un partito in grado di aggregare il 30% dei voti. Ma non dà speranza. Gli riesce difficile allargare i propri consensi. (E perfino tenere quelli che ha). Da solo ma anche attraverso alleanze. Perché non dice chi è, cosa intende fare e insieme a chi. È un ibrido. Forse: un equivoco. Un partito di massa senza apparato, con una debole presenza nella società e un ceto politico resistente. Al centro e in periferia. Un partito americano provincialista. Senza territorio ma condizionato dalle oligarchie locali. Un partito americano all’italiana.

     Parla un linguaggio difficile da capire. Anche perché non ha un vocabolario e neppure un sillabario. Non sa gridare uno slogan che risuoni forte nell’aria. Non ha una bandiera riconoscibile, dai sostenitori e dagli avversari. Le parole che usa hanno perso il significato di un tempo. Come il "riformismo". Oggi che le riforme le vogliono tutti. A partire dal premier e dal centrodestra, che pensano alla giustizia, al "legittimo impedimento" e al presidenzialismo. Il Pd: quali riforme vuole? E quali "non" vuole? Detti la sua agenda. Dica due o tre cose "memorabili". Che restino nella memoria.

     Le primarie che si svolgono a partire da oggi e le elezioni di marzo, per il Pd, sono un’occasione importante. Importantissima. Da non perdere. Per non perdersi definitivamente. Ma chi lo guida deve tracciare un orizzonte. Che vada oltre i prossimi tre mesi. Per non rischiare che il Pd venga percepito come un partito provvisorio. Soprattutto dai suoi elettori.

Elezioni regionali 2010

     Si voterà in 13 regioni italiane a fine marzo (ma anche in alcuni Comuni e Province). In ballo ci sono presidenze di peso e Regioni fondamentali e dal forte valore simbolico come Lombardia, Piemonte, Veneto, Puglia, Toscana, Puglia e Lazio (senza nulla togliere alle altre).

    Il quadro completo delle candidature ancora non si è definito e per il momento tutto ruota intorno alle alleanze, soprattutto alle scelte dei centristi di Casini e Cesa, che devono decidere regione per regione in base al candidato e, verosimilmente, alle offerte di Pd e Pdl in termini di assessori e potere. Una questione ancora più ingarbugliata a causa della faida interna al partito democratico (i bersaniani sembrano più inclini ad una alleanza che non escluda le varie sinistre, cosa che però mette a repentaglio la grossa con l’Udc) e dal clima un poco avvelenato che sembra appestare i popolani della libertà a causa dello scontro tra Finiani e Feltriani.

    Per suggellare definitivamente la fine della politica e di ogni sua ragione di esistere, il dibattito sulle alleanze ha eliminato del tutto una semplice ma essenziale domanda: per quale ragione si fanno questi accordi? Con quale prospettiva? Se l’Udc si allea con il Pd in Puglia e con il Pdl in Calabria, significa che le prospettive di sviluppo e di governo di Democratici e popolani della libertà sono esattamente le stesse? Perché un conto è la fine delle ideologie, ma un altro è la palude melmosa in cui tutti si alleano con tutti al solo scopo di conquistare una poltrona, senza nemmeno la necessità di spiegare cosa vogliono farsene.

Ma è solo “colpa” di Berlusconi?

 

    Chi semina vento raccoglie tempesta. E’ l’accusa che le “due parti” si rimpallano dopo il fattaccio di Milano. Ancora una volta si confonde l’effetto con la causa. L’effetto è il “Duomo” tirato in faccia al Premier, il caos di questa politica senza politica, che chiama “nemico” l’avversario, negandogli la legittimità di esistere e di governare.

    Ma la causa non è il “carattere” presidenzialista di un Berlusconi o quello giustizialista di un Di Pietro, bensì questo “bipolarismo” Made in Italy, fasullo e pieno di germi infetti.

    Può reggere un sistema politico basato sulla demonizzazione dei partiti e del Parlamento, sull’affermazione di una personalizzazione esasperata della politica, senza idee e senza confronto? Stefano Folli sul Sole 24 Ore ha sintetizzato: “Il volto sanguinante di Berlusconi simboleggia il fallimento della Seconda Repubblica che doveva garantire un bipolarismo maturo e un confronto sereno tra due schieramenti, mentre invece ha dato luogo ad un conflitto perenne ed estenuante”.  Tutto qui. Ora, nessuno e nessuna parte ascolterà i saggi e fermi ammonimenti del Presidente Napolitano.

    Berlusconi deciderà in queste ore se portare all’incasso (con elezioni anticipate) l’aggressione di Milano o tirare a campare, stringendo i “bulloni” per fare con “le buone” le cose che molti dei suoi falchi vorrebbero fare con “le cattive”.

Rutelli chiama Fini “Lo aspetto per un nuovo schieramento”

    I sondaggi di oggi riflettono le acque visibili, ma non colgono il maremoto imminente. C’è un grandissimo spazio per una diversa offerta politica: lo vediamo chiaramente sui territori. Anche il successo della Lega, a suo modo, riflette questi bisogni. Il 35-40% di italiani che non si dichiara nei sondaggi viene sempre classificato come all’interno dello schema bipolare esistente. Ma non è così: il bacino potenziale della nostra iniziativa guarda a un’aggregazione politica diversa e piu’ moderna".

    Lo dichiara, in una intervista a "Il Sole-24 ore", Francesco Rutelli, alla vigilia del lancio, a Parma, di "Alleanza per l’Italia". Dopo aver dato la sua valutazione sulle rivelazioni demoscopiche, Rutelli rivolge segnali di attenzione verso l’ex leader di An: "L’approdo verso un nuovo schieramento e’ praticamente naturale. Io non dico nulla di piu’. Aspetto. Pensa di continuare a lungo ad essere una delle piu’ amate icone della sinistra e puntare ad ereditare la guida del centro-destra? A mettere in campo una rottura profonda, direi quotidiana, con il premier e costruire la futura leadership del Pdl? Da ex coautore della legge Bossi-Fini, a dissociarsi quotidianamente da Bossi, a partire dai temi dell’immigrazione, restando tutt’uno con la Lega?". Per Francesco Rutelli, leader di Alleanza per l’Italia, per l’ex leader di An "l’approdo verso un nuovo schieramento è praticamente naturale. Io non dico nulla di più. Aspetto".

Nasce il nuovo o vecchio minestrone comunista

 

     Ogni tanto qualche notizia viene fuori dalla galassia comunista. Dopo la tragica esclusione dal Parlamento del 2008 i comunisti duri e puri hanno perso sempre di più importanza nel panorama politico italiano. A parte qualche uscita demagogica e un po’ di antiberlusconismo per farsi sentire, raramente si sentono novità rilevanti dalla sinistra estrema.

     Ma ora è il momento della nascita (o rinascita) di un’aggregazione di partiti: Federazione della Sinistra. Ne fanno parte Prc-Se di Paolo Ferrero, Pdci di Oliviero Diliberto, ‘Socialismo 2000′ di Salvi e ‘Lavoro e Solidarieta” di Patta. A parte gli ultimi 2 movimenti che sulla carta non hanno manco mezzo voto, in pratica si può dire che si chiude definitivamente la divisione tra i comunisti più radicali. Le parole d’ordine sono sempre le stesse

   È tempo di smetterla con le divisioni a sinistra. Parte un processo costituente aperto a tutti. In piazza al No B day ci saremo, con le nostre bandiere. Non temiamo la concorrenza di Di Pietro. Abbiamo solo paura di quando la sinistra non c’è, siamo ben contenti quando c’è sovraffollamento, pensiamo che se si radicalizza l’opposizione è un bene. Escludere i comunisti dalle istituzioni significa escludere tutti quegli italiani che sono contro la guerra

   Insomma i soliti slogan con una venatura più antiberlusconiana che va di moda in questo periodo. Il congresso fondativo del nuovo partito che intende dare una rappresentanza a tutti gli elettori che non hanno mai ripudiato il simbolo storico del comunismo ci sarà nel 2010.

   Torna quindi l’unità della sinistra radicale che cercherà di ottenere più decimali delle altre numerose sigle rosse e di sinistra che si contendono lo stesso elettorato nostalgico.

Doveva essere il giorno del grande strappo e dell’annuncio del suo addio al Pd, ma alla fine Rutelli ha scelto di rimanere in silenzio

 

     Doveva essere il giorno del grande strappo e dell’annuncio del suo addio al Partito democratico, ma alla fine Francesco Rutelli ha scelto di rimanere in silenzio, lasciando che a parlare fossero i suoi compagni dell’Associazione del buon governo, presentata oggi a Palazzo Ruspoli insieme al documento programmatico che segna l’atto di nascita di quello che, di fatto, è un partito in embrione.

     Un documento snello di una sola pagina, accompagnato da 11 firme tra cui spiccano quelle di Bruno Tabacci, deputato Udc, di Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento e fondatore della Margherita – ambedue presenti all’incontro con la stampa -, del sindaco di Venezia Massimo Cacciari e dell’ex ministro agli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta. Oltre a quella di Francesco Rutelli, che ascolta, senza prendere la parola, e incassa le lodi dei presenti.

     "L’enzima che ha prodotto questo gruppo di lavoro", lo definisce Andrea Mondello, che poi cita Voltaire e spiega: "Non stiamo invitando gli italiani a cercare nuove terre ma ad avere nuovi occhi".

     "Quello presentato oggi è l’inizio di un percorso politico, niente di più e niente di meno", ha detto Lorenzo Dellai. "Niente di più nel senso che il lavoro da fare è molto, anche se i primissimi segnali di interesse ci fanno essere fiduciosi; ma niente di meno perché quello che abbiamo deciso da fare non è un club di riflessione culturale, né ci interessa fare un piccolo partitino degli scontenti", ha continuato.

     Alla base c’è un’idea comune della crisi che attanaglia il paese: "In Italia siamo nel mezzo di una ‘Guerra dei quindici anni’ che si ostina a non finire: che anzi continua a radicalizzarsi e sta sfibrando le istituzioni, l’economia e il tessuto sociale", si legge nel documento.

     Destra e sinistra, secondo i firmatari, hanno fallito; la prima perché pur essendo fornita di un "capo indiscusso, una larga maggioranza in Parlamento e significativi consensi popolari" non riesce a governare, la seconda perché priva di una cultura politica originale e pertanto incapace di fornire un’alternativa politica.

     Un argomento, quello del fallimento del bipolarismo all’italiana, sul quale ha insistito Tabacci, che ha denunciato "la personalizzazione estrema che il sistema democratico italiano non conosceva, importato da altre realtà come il sistema americano o quello russo".

     In questo vuoto, c’è uno spazio di manovra. "Occorre costruire una nuova offerta politica. C’è un largo spazio di opinione insoddisfatta e di potenziali consensi per chi sappia rappresentare in modo credibile l’interesse generale e organizzare le nuove opportunità del futuro".

Rutelli lascia il Pd?: "Percorso diverso, con persone diverse"

 

     "Mettiamo insieme le persone che vogliono ragionare e che vogliono costruire insieme un’offerta politica all’altezza delle grandi difficoltà e anche delle grandi capacità che ha l’Italia". Così Francesco Rutelli, dal palco del Teatro Franco Parenti, spiega quali potranno essere i prossimi scenari della politica. Dopo le frasi apparse sulla possibile uscita dal Pd per un’alleanza con Casini, Rutelli frena ma senza fornire molti dettagli. Si limita a ripetere che c’è bisogno di "iniziare un tragitto differente, unendo persone diverse". "Lo dico pubblicamente. In qualunque iniziativa dovesse nascere, non sarò – puntualizza – colui che la incarna e che la rappresenta, ma mi metterò al servizio di un trasparente tentativo di dare a questo Paese un’offerta politica che permetta di governare l’Italia, domani o dopodomani, senza lasciarla nelle mani di un populismo che sta logorando irrevocabilmente il Paese, l’economia, la società, lasciando crateri e non orizzonti per il futuro della politica".

     "La risposta della politica che si limita a dire, da una parte c’è la destra e dall’altra c’è un centrosinistra, che fondamentalmente ripercorre le strade del passato, trascura la gravità di uno scenario come quello che si sta realizzando sotto i nostri occhi". Per questo motivo, secondo Francesco Rutelli, c’è bisogno di "iniziare un tragitto differente, unendo persone diverse, che hanno culture diverse e la capacità di mettersi al servizio del cittadino operosamente". Rutelli cita poi una frase di Aldo Bonomi per spiegare a chi si rivolge: "l’Italia operosa e non l’Italia del rancore". Francesco Rutelli spiega così le sue dichiarazioni, apparse lunedì, su una possibile uscita dal Pd di Bersani. Anche se sulle alleanze future al momento non si sbilancia. Rutelli sottolinea che il Paese si trova in grande difficoltà economica e sociale e che c’è "uno spostamento politico di cui gran parte dei cittadini non si accorge, calati come sono nel conflitto in corso nel Paese.
     Il centrodestra – ha aggiunto Rutelli – diventato destra e il centrosinistra, imperniato sul Partito democratico che ritrova le sue fondamentali ragioni di sinistra riformista, alleato con il movimento dipietrista, comportano che l’offerta politica del nostro Paese sia cambiata da persone di buona volontà e di razionalità, consapevoli che c’e’ un altro grande rischio davanti a noi: che l’Italia si divida oltre alle mille microfratture che si registrano ogni giorno. Prevedo che di fronte alla Lega che diventa il contraente decisivo della destra al nord, potremmo avere in tempi molto rapidi la nascita di un partito del sud. Se avremo un cambiamento dello scenario politico italiano tutto interno alle file della destra, un centrosinistra, che diventi sinistra, non avrebbe parole decisive da spendere e si ritroverebbe in minoranza".

     "Qualunque cosa accada nei prossimi mesi, io mi aspetto una sorpresa positiva da Bersani". Da Francesco Rutelli arriva una manifestazione di stima per il neosegretario Pd, nonostante le perplessità sollevate per lo spostamento del partito a sinistra. "Tutti coloro che sono andati alle primarie – ha aggiunto – si augurano una sorpresa positiva". Le sue riflessioni sul futuro del Pd dunque, non devono essere interpretate come "una dichiarazione di sfiducia, anzi, sono il riconoscimento di un carattere di serietà e affidabilità per poter governare il partito democratico". Francesco Rutelli si spinge anche oltre e fa alcune previsioni sul "rapporto del Pd con le sinistre sparse: si riunificheranno. E probabilmente e’ utile che avvenga". Le altre previsioni dell’ex ministro riguardano i rischi che si trovera’ ad affrontare il neo-segretario Bersani e che riguardano soprattutto l’atteggiamento di Di Pietro. "Di Pietro dirà che lui è l’unica vera opposizione – ha concluso Rutelli – ci ritroveremo con un’opposizione, una minoranza, che si occupera’ soprattutto di fare le bucce al suo principale alleato".

     Buttiglione”Rutelli faccia il grande centro con noi. "Benvenuto a Rutelli. Non gli chiediamo di entrare nell’Udc, che già esiste, ma di fare con noi un partito nuovo e più grande", la Costituente di Centro. L’invito arriva dal presidente dell’Udc Rocco Buttiglione, secondo cui "la vittoria di Bersani sposta a sinistra l’asse del Pd e quindi, inevitabilmente, mette in libertà energie di centro, che sono prigioniere della costruzione prodiana".
     "Non penso che sarà solo Rutelli ad aderire a questo progetto, né credo che vi aderiranno esclusivamente politici del Pd", dice Buttiglione in un’intervista a Libero. "Anche nel Pdl quelli che fanno politica seriamente faticano a rimanere in un partito in cui Berlusconi è il numero uno e tutti gli altri sono nessuno, in cui gli passano davanti persone con meno meriti di loro ma più vicine al capo".

I tre soldatini di piombo del Pd fanno il gioco delle tre carte

     In un hotel romano Bersani ripescava Prodi, Franceschini recuperava Veltroni, Marino ricopiava se stesso, giocando tutti e tre ai soldatini di piombo, il premier sparava le nuove “atomiche” per l’ultima battaglia. Vuole spegnere tutte le lampadine scomode: Costituzione, Quirinale, Consulta, magistratura, opposizione, giornali e … brutte donne. Obiettivo annunciato: presidenzialismo entro il 2013! Ecco, ha gettato la maschera, il caudillo! Il gioco ce l’ha lui, il Cav. Piaccia o no.

     Non sarà facile riprenderglielo. Anche perché, non di solo fumo si tratta. C’è la sostanza. O meglio, la sostanza che non c’è: un Pd che ancora una volta ha perso l’occasione del rilancio.  La convenzione di ieri poteva essere fatta al loft, attorno al caminetto. Come ai bei tempi. Con una differenza: che allora il Cav. era stato fatto sloggiare da Palazzo Chigi. Adesso, da un anno e mezzo, è lui l’inquilino. E a tutta l’aria di non essere di passaggio. La speranza è sempre l’ultima a morire. Adesso si spera (chi?) nelle primarie del 25 ottobre. Abbaglio. Comunque andrà, andrà male. Poca partecipazione? Flop totale, Pd a rischio di chiudere bottega. Grande partecipazione? Apoteosi dell’antiberlusconismo! Cioè, Il Cav. premier (o peggio) a vita.