Doveva essere il giorno del grande strappo e dell’annuncio del suo addio al Pd, ma alla fine Rutelli ha scelto di rimanere in silenzio

 

     Doveva essere il giorno del grande strappo e dell’annuncio del suo addio al Partito democratico, ma alla fine Francesco Rutelli ha scelto di rimanere in silenzio, lasciando che a parlare fossero i suoi compagni dell’Associazione del buon governo, presentata oggi a Palazzo Ruspoli insieme al documento programmatico che segna l’atto di nascita di quello che, di fatto, è un partito in embrione.

     Un documento snello di una sola pagina, accompagnato da 11 firme tra cui spiccano quelle di Bruno Tabacci, deputato Udc, di Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento e fondatore della Margherita – ambedue presenti all’incontro con la stampa -, del sindaco di Venezia Massimo Cacciari e dell’ex ministro agli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta. Oltre a quella di Francesco Rutelli, che ascolta, senza prendere la parola, e incassa le lodi dei presenti.

     "L’enzima che ha prodotto questo gruppo di lavoro", lo definisce Andrea Mondello, che poi cita Voltaire e spiega: "Non stiamo invitando gli italiani a cercare nuove terre ma ad avere nuovi occhi".

     "Quello presentato oggi è l’inizio di un percorso politico, niente di più e niente di meno", ha detto Lorenzo Dellai. "Niente di più nel senso che il lavoro da fare è molto, anche se i primissimi segnali di interesse ci fanno essere fiduciosi; ma niente di meno perché quello che abbiamo deciso da fare non è un club di riflessione culturale, né ci interessa fare un piccolo partitino degli scontenti", ha continuato.

     Alla base c’è un’idea comune della crisi che attanaglia il paese: "In Italia siamo nel mezzo di una ‘Guerra dei quindici anni’ che si ostina a non finire: che anzi continua a radicalizzarsi e sta sfibrando le istituzioni, l’economia e il tessuto sociale", si legge nel documento.

     Destra e sinistra, secondo i firmatari, hanno fallito; la prima perché pur essendo fornita di un "capo indiscusso, una larga maggioranza in Parlamento e significativi consensi popolari" non riesce a governare, la seconda perché priva di una cultura politica originale e pertanto incapace di fornire un’alternativa politica.

     Un argomento, quello del fallimento del bipolarismo all’italiana, sul quale ha insistito Tabacci, che ha denunciato "la personalizzazione estrema che il sistema democratico italiano non conosceva, importato da altre realtà come il sistema americano o quello russo".

     In questo vuoto, c’è uno spazio di manovra. "Occorre costruire una nuova offerta politica. C’è un largo spazio di opinione insoddisfatta e di potenziali consensi per chi sappia rappresentare in modo credibile l’interesse generale e organizzare le nuove opportunità del futuro".

Rutelli lascia il Pd?: "Percorso diverso, con persone diverse"

 

     "Mettiamo insieme le persone che vogliono ragionare e che vogliono costruire insieme un’offerta politica all’altezza delle grandi difficoltà e anche delle grandi capacità che ha l’Italia". Così Francesco Rutelli, dal palco del Teatro Franco Parenti, spiega quali potranno essere i prossimi scenari della politica. Dopo le frasi apparse sulla possibile uscita dal Pd per un’alleanza con Casini, Rutelli frena ma senza fornire molti dettagli. Si limita a ripetere che c’è bisogno di "iniziare un tragitto differente, unendo persone diverse". "Lo dico pubblicamente. In qualunque iniziativa dovesse nascere, non sarò – puntualizza – colui che la incarna e che la rappresenta, ma mi metterò al servizio di un trasparente tentativo di dare a questo Paese un’offerta politica che permetta di governare l’Italia, domani o dopodomani, senza lasciarla nelle mani di un populismo che sta logorando irrevocabilmente il Paese, l’economia, la società, lasciando crateri e non orizzonti per il futuro della politica".

     "La risposta della politica che si limita a dire, da una parte c’è la destra e dall’altra c’è un centrosinistra, che fondamentalmente ripercorre le strade del passato, trascura la gravità di uno scenario come quello che si sta realizzando sotto i nostri occhi". Per questo motivo, secondo Francesco Rutelli, c’è bisogno di "iniziare un tragitto differente, unendo persone diverse, che hanno culture diverse e la capacità di mettersi al servizio del cittadino operosamente". Rutelli cita poi una frase di Aldo Bonomi per spiegare a chi si rivolge: "l’Italia operosa e non l’Italia del rancore". Francesco Rutelli spiega così le sue dichiarazioni, apparse lunedì, su una possibile uscita dal Pd di Bersani. Anche se sulle alleanze future al momento non si sbilancia. Rutelli sottolinea che il Paese si trova in grande difficoltà economica e sociale e che c’è "uno spostamento politico di cui gran parte dei cittadini non si accorge, calati come sono nel conflitto in corso nel Paese.
     Il centrodestra – ha aggiunto Rutelli – diventato destra e il centrosinistra, imperniato sul Partito democratico che ritrova le sue fondamentali ragioni di sinistra riformista, alleato con il movimento dipietrista, comportano che l’offerta politica del nostro Paese sia cambiata da persone di buona volontà e di razionalità, consapevoli che c’e’ un altro grande rischio davanti a noi: che l’Italia si divida oltre alle mille microfratture che si registrano ogni giorno. Prevedo che di fronte alla Lega che diventa il contraente decisivo della destra al nord, potremmo avere in tempi molto rapidi la nascita di un partito del sud. Se avremo un cambiamento dello scenario politico italiano tutto interno alle file della destra, un centrosinistra, che diventi sinistra, non avrebbe parole decisive da spendere e si ritroverebbe in minoranza".

     "Qualunque cosa accada nei prossimi mesi, io mi aspetto una sorpresa positiva da Bersani". Da Francesco Rutelli arriva una manifestazione di stima per il neosegretario Pd, nonostante le perplessità sollevate per lo spostamento del partito a sinistra. "Tutti coloro che sono andati alle primarie – ha aggiunto – si augurano una sorpresa positiva". Le sue riflessioni sul futuro del Pd dunque, non devono essere interpretate come "una dichiarazione di sfiducia, anzi, sono il riconoscimento di un carattere di serietà e affidabilità per poter governare il partito democratico". Francesco Rutelli si spinge anche oltre e fa alcune previsioni sul "rapporto del Pd con le sinistre sparse: si riunificheranno. E probabilmente e’ utile che avvenga". Le altre previsioni dell’ex ministro riguardano i rischi che si trovera’ ad affrontare il neo-segretario Bersani e che riguardano soprattutto l’atteggiamento di Di Pietro. "Di Pietro dirà che lui è l’unica vera opposizione – ha concluso Rutelli – ci ritroveremo con un’opposizione, una minoranza, che si occupera’ soprattutto di fare le bucce al suo principale alleato".

     Buttiglione”Rutelli faccia il grande centro con noi. "Benvenuto a Rutelli. Non gli chiediamo di entrare nell’Udc, che già esiste, ma di fare con noi un partito nuovo e più grande", la Costituente di Centro. L’invito arriva dal presidente dell’Udc Rocco Buttiglione, secondo cui "la vittoria di Bersani sposta a sinistra l’asse del Pd e quindi, inevitabilmente, mette in libertà energie di centro, che sono prigioniere della costruzione prodiana".
     "Non penso che sarà solo Rutelli ad aderire a questo progetto, né credo che vi aderiranno esclusivamente politici del Pd", dice Buttiglione in un’intervista a Libero. "Anche nel Pdl quelli che fanno politica seriamente faticano a rimanere in un partito in cui Berlusconi è il numero uno e tutti gli altri sono nessuno, in cui gli passano davanti persone con meno meriti di loro ma più vicine al capo".

I tre soldatini di piombo del Pd fanno il gioco delle tre carte

     In un hotel romano Bersani ripescava Prodi, Franceschini recuperava Veltroni, Marino ricopiava se stesso, giocando tutti e tre ai soldatini di piombo, il premier sparava le nuove “atomiche” per l’ultima battaglia. Vuole spegnere tutte le lampadine scomode: Costituzione, Quirinale, Consulta, magistratura, opposizione, giornali e … brutte donne. Obiettivo annunciato: presidenzialismo entro il 2013! Ecco, ha gettato la maschera, il caudillo! Il gioco ce l’ha lui, il Cav. Piaccia o no.

     Non sarà facile riprenderglielo. Anche perché, non di solo fumo si tratta. C’è la sostanza. O meglio, la sostanza che non c’è: un Pd che ancora una volta ha perso l’occasione del rilancio.  La convenzione di ieri poteva essere fatta al loft, attorno al caminetto. Come ai bei tempi. Con una differenza: che allora il Cav. era stato fatto sloggiare da Palazzo Chigi. Adesso, da un anno e mezzo, è lui l’inquilino. E a tutta l’aria di non essere di passaggio. La speranza è sempre l’ultima a morire. Adesso si spera (chi?) nelle primarie del 25 ottobre. Abbaglio. Comunque andrà, andrà male. Poca partecipazione? Flop totale, Pd a rischio di chiudere bottega. Grande partecipazione? Apoteosi dell’antiberlusconismo! Cioè, Il Cav. premier (o peggio) a vita.

Ecco in dieci mosse come far fuori politicamente Berlusconi

     Il 14 aprile 2008, in Italia, avviene un fatto nuovo nei palazzi della politica: Berlusconi, non solo stravince le elezioni politiche, ma nel nuovo Parlamento non entreranno Rifondazione, Comunisti Italiani, Socialisti boselliani, la Sinistra Arcobaleno e la sinistra critica. Una vera e propria debacle. Una rivoluzione politica, insomma. Berlusconi, stando ai risultati, prende con Lega Nord, Alleanza Nazionale e il siciliano Lombardo, ben 17 milioni di voti che corrispondono al 46,8% e, il suo rivale del PD, Veltroni, insieme a Antonio Di Pietro, solo 13 milioni e 686 mila voti pari al 37,5% dei consensi. Berlusconi, quindi, non solo avrà una maggioranza ampia, stabile e duratura per governare, ma dovrà restare a Palazzo Chigi per cinque anni. E, questo fatto, toglie il sonno a molti politici fra i quali De Benedetti (tessera n. 1 del PD), Massimo D’Alema, Violante, Mancino, Antonio Di Pietro e le famose toghe rosse quelle, per intenderci, collegate alla Associazione nazionale magistrati come più volte ha detto il ministro Brunetta che fanno della giustizia un uso politico.

     Il 7 giugno 2009, un anno dopo, Berlusconi alle Europee guadagna il 35% e 29 seggi, il PD il 26,13% e 21 seggi e Antonio Di Pietro l’8% con 7 seggi. Ma, un mese prima delle Europee, scatta il famoso piano X di dieci punti per rovesciare il premier. E’ la moglie Veronica Bartolini, detta Lario, a farlo scattare. 

Ma vediamolo questo piano.

1) Il 28 aprile Veronica chiama l’Ansa e mette per iscritto una email contro il premier che è suo marito. "Voglio che sia chiaro – spiega – che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire". Alla domanda su cosa pensa del ruolo delle donne in politica, alla luce delle polemiche di queste ore, Veronica Lario risponde: "Per fortuna da tempo c’è un futuro al femminile sia nell’imprenditoria che nella politica e questa è una realtà globale. C’è stata la Thatcher e oggi abbiamo la Merkel, giusto per citare alcune donne, per potere dire che esiste una carriera politica al femminile". "In Italia – aggiunge la moglie del presidente del Consiglio – la storia va da Nilde Jotti e prosegue con la Prestigiacomo. Le donne oggi sono e possono essere più belle; e che ci siano belle donne anche nella politica non è un merito nè un demerito. Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti".  "Qualcuno – osserva Veronica Lario – ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido: quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere". 

2) Altro pesantissimo attacco della signora bolognese (che sia post comunista col portafoglio a destra la signora?)  contro Berlusconi è la partecipazione ad una festa di suo marito in un locale pubblico per festeggiare  una certa Noemi di Casoria (NA) che compie 18 anni e lo chiama Papi come tante altre ragazze.  Mio marito – dirà la Bartolini – è malato e frequenta minorenni.

3) Poi, Cossiga, sempre bene informato,  ci comunica che la signora Bartolini vuole 1 miliardo di euro per il divorzio  (2.000 miliardi delle vecchie lire) e, aggiunge, il Senatore a vita,  che il premier non le darà neanche un euro. Ci sono gli scatti  di Villa Certosa in Sardegna del fotografo Zuncheddu che dichiara che ne  possiede  centinaia di foto rubate che riprendono  il premier,  molte donne, e ospiti vari. tutto in spregio alla privacy.  Zuncheddu viene denunciato e minaccia di pubblicare i suoi scatti sui giornali europei. D’Alema, o "mezzo Stalin" (come lo definisce il buon Achille Occhetto), il capo indiscusso del PD, quello della barca a vela di 18 mq, quello dell’appartamento in affitto di un ente pubblico a Roma a prezzi stracciati, quello della scalata alla BNL tramite Unipol, annuncia l’imminente arrivo di scosse telluriche in Puglia dove c’è, guarda caso, Tarantini amico e procuratore di escort a Berlusconi. Ma le scosse telluriche non toccano Berlusconi perchè la Procura di Bari definisce  i suoi comportamenti non penalmente rilevanti. Ma poi Tarantini verrà  realmente arrestato per droga. D’Alema, a casa sua, per caso, ha un turbante e una sfera di cristallo, o c’è qualche toga rossa che lo informa scorrettamente sulle indagini in corso?

4) La stampa italiana è scatenata. Per 4 mesi Repubblica, l’Unità, Espresso, Corriere, il Sole 24 ore  e, da pochi giorni, Il Fatto, attaccano senza pietà il premier  di fatto delegittimandolo.

5) La stampa estera. In Europa sono molti i quotidiani del signor Murdoch (ma non solo) che attaccano Berlusconi, i suoi costumi sessuali, le escort, e il suo governo. La sua immagine ne esce a pezzi, è gravemente appannata. 

6) Berlusconi resiste, bisogna dargli la mazzata finale. Chi meglio dell’ex maoista sessantottino di Servire il popolo, Michele Santoro, da Salerno può azzopparlo? E don Michele lo fa volentieri sia perchè è una prima donna che non è secondo a nessuno, poi gli piace fare politica  faziosa e strumentale col mezzo televisivo e con lo stipendio da 800 mila euro l’anno pagato dai contribuenti e, infine, perchè nel suo DNA ha un odio politico viscerale verso la destra e i suoi esponenti che li mette alla berlina urlando, mistificando, tendendo trappole, facendo accostamenti arbitrari, e usando la clava. E la nuova trasmissione Annozero manda in onda di tutto:  prostitute, ragazze, Travaglio che parla delle escort che procura Giampy Tarantini al premier, il giornalista  Bocca  che afferma di avere paura a stare in Italia, (però  non se ne va mai dal paese di Bengodi descritto da Boccaccio nel Decamerone) della crisi delle aziende per dare addosso al premier, e di  Renato Brunetta indicato al pubblico ludibrio come il nuovo nemico numero 1 della sinistra italiana perché vuole combattere i parassiti che vivono di rendita in Italia.

7) La sentenza Mondadori: Berlusconi viene condannato a pagare 750 milioni di euro  a De Benedetti. Il PM in origine era la Boccassini e il giudice è Mesiano il quale nonostante avesse chiesto il trasferimento h preferito restare scrivere la sentenza Mondadori. Anche se il premier ha fatto ricorso e chiederà la sospensiva. In ogni caso 750 milioni di euro nei bilanci di Mediaset, Mediolanum, il Giornale, Panorama, PDL, Milan, Teatro Manzoni, e la Dolcedrago spa che controlla tutti i beni immobili del Cavaliere,  si fanno sentire. 

8)il Lodo Alfano che nell’esercizio delle loro funzioni (ma questo non lo scrive nessuno ndr) prevede che le alte cariche dello stato non possano essere processate. Un’altra mazzata in quanto Berlusconi ha dei processi in corso sia pure non di grande rilevanza. Ma Di Pietro,  che non dice una parola sui suoi numerosi  immobili di sua proprietà,  (prima di entrare in politica era povero in canna) esulta.

9) Santoro vuole riprendere il vecchio filone della mafia con il suo sodale Travaglio per dare il colpo mortale a Berlusconi.  Allora in Tv vedremo il figlio minore di  Ciancimino, la scheda , anzi il profilo penale di Dell’Utri, come lo chiama Travaglio,  e vedremo gli amici e conoscenti dello stalliere di Arcore tale Mangano.

10) Berlusconi è cotto. Si dimette. E’ questione di giorni.   E’ pronto il governissimo guidato da Montezemolo, il governo istituzionale guidato da Fini o un governo di transizione guidato da Casini. Quelli guidati da Letta o Tremonti per ora non sono  previsti da Napolitano.

     La scacco matto al re in dieci punti è stato compiuto e realizzato a tavolino.  Complici d’Alema, Di Pietro, De Benedetti (quello che è recentemente diventato cittadino svizzero anche se ha la tessera n. 1 del PD ma dichiara, al riguardo,  che non l’ha fatto per soldi. E allora poteva restare cittadino ebreo ma di nazionalità  italiana, ma non svizzera, perché la cosa, se permette, ci  puzza!  Concludo. Berlusconi ha uno staff di  consiglieri politici (Letta, Scajola, Bonaiuti, Cicchitto, Bondi, Schifani, ecc.). Ma che ci stanno a fare a Palazzo Grazioli in Roma  o ad Arcore?  Ora, il loro capo politico, è finito politicamente anche se ha sette vite come i gatti e può sempre risorgere esattamente come il vecchio Amintore  Fanfani della DC.

    Può durare ancora qualche mese. Ma  il piano X aperto da Veronica Bartolini che ha legami intensi con Repubblica (strana coincidenza Ezio Mauro, no?) è scattato e ha funzionato come un orologio. Ormai il premier deve salvare il salvabile, perché è troppo tardi. Egli è stato travolto dagli avvenimenti e ha reagito solo dopo un anno e mezzo. All’estero è impresentabile. Basta vedere la Merkel e la Obama come lo trattano. I quotidiani stranieri  lo vedono come un vecchio imprenditore e politico edonista e libertino  attorniato da belle donne e con tanto denaro. E  la politica che e ‘ il suo giocattolo. Peccato.

    Nel 1994 Berlusconi aveva cominciato bene, ma le toghe rosse, i comunisti e alcuni FARABUTTI l’hanno via via consumato e logorato. Ce la farà, il Nostro, a governare ancora altri quattro anni? Per me no. E’ un’impresa ardua, difficile e impossibile.  Allora gli do’ un consiglio (gratis) e disinteressato  che farebbe impazzire De Benedetti, D’Alema Di Pietro, Santoro,  Travaglio e le toghe rosse. Designare come suo successore, il Prof. Renato Brunetta, veneziano,  economista, e ministro della Pubblica Amministrazione. I Formigoni, i Fini, i Casini, i Tremonti, i Montezemolo, e i Letta non possono competere con l’intelligenza, la popolarità, il coraggio e la bravura di Brunetta. Ed è la miglior vendetta che il Cavaliere può fare verso i  suoi acerrimi nemici politici che lo hanno già massacrato e delegittimato con il piano X  fatto da 10 punti scattato un mese prima delle Europee.

Berlusconi conferma che "il governo va avanti tranquillamente, serenamente, se possibile con più grinta di prima”

"C’è un capo dello Stato di sinistra e c’è una Corte Costituzionale con undici giudici di sinistra che non è certamente un organo di garanzia, ma è un organo politico come si è visto in questa occasione". Parola del presidente del Consiglio, all’indomani della bocciatura del Lodo Alfano. Su Napolitano Berlusconi aggiunge: "Il presidente della Repubblica è stato eletto da una maggioranza che non è più maggioranza nel Paese, una maggioranza di sinistra, ed ha le radici totali della sua storia nella sinistra. Credo che anche l’ultimo atto di nomina di un magistrato della Corte dimostri da che parte sta".

Berlusconi conferma che "il governo va avanti tranquillamente, serenamente, se possibile con più grinta di prima, perché si sente assolutamente necessario, indispensabile, alla democrazia, alla libertà, al benessere di questo Paese. Abbiamo governato senza questo Lodo per cinque anni, dal 2001 al 2006. Continueremo a governare senza questo Lodo. Ci sono due processi farsa, risibili, assurdi, che illustrerò agli italiani, anche andando in tv. Mi difenderò più spesso nelle aule dei tribunali facendo esporre al ridicolo gli accusatori, mostrando a tutti gli italiani di che pasta sono fatti loro e di che pasta sono fatto io".

Berlusconi conclude: "Per fortuna che Silvio c’è, altrimenti il Paese sarebbe nelle mani della sinistra che ha una organizzazione di una minoranza della magistratura che usa il potere giudiziario ai fini di lotta politica, ha più del 70% della stampa che è tutta di sinistra con in testa Repubblica e gli altri giornali, ha tutti i programmi di cosiddetto approfondimento politico con la tv pubblica pagata con i soldi di tutti".

Ma ci pensate? Tra un pò c’è Il Congresso del Pd

     Con l’aria che tira in queste ore (l’attesa per la decisione dei giudici della corte costituzionale sul lodo Alfano), sono in pochi a ricordarsi che domenica 11 ottobre si svolgerà il Congresso del Partito Democratico.  L’americano John Reed scrisse il memorabile “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” , icona di Lenin, del partito bolscevico, della rivoluzione d’ottobre.

      Il Pd, Franceschini, Bersani, Marino, se va bene, dovranno accontentarsi di un pezzo su l’Unità di Concita De Gregorio. Altri tempi, si dirà. Già. Mala tempora. Anche alla vigilia della rivoluzione russa regnava lo smarrimento e l’incertezza. Qui, pure. Tanto la rivoluzione non è all’ordine del giorno. Di sicuro c’è solo il luogo dell’evento (l’hotel Mariott, presso Fiumicino). Buio pesto sul resto. Segreto? Macchè! 

     E’ ancora tutto in alto mare, tutto da definire, perché non c’è accordo su niente: nemmeno su chi deve parlare. Una assise che si consumerà in una sola giornata, di fatto in alcune manciate di minuti. Tanto, com’è noto, il nuovo segretario del partito sarà eletto con quelle primarie del 25 ottobre, che più confuse e tirapolemiche di così non si potevano pensare. Un labirinto.  “Tre mesi per annegarsi nel proprio bicchier d’acqua. E’ come assistere a beghe di famiglia, interne, che non contano e non interessano nessuno”, chiosa uno sconsolato Massimo Cacciari. Tanto a disarcionare il Cav ci pensano … i giudici.

Fini difende Berlusconi: se cade il governo solo elezioni

     "Nel nostro sistema, la maggioranza è quella che esce dalle urne. Non a caso gli elettori che hanno votato nelle ultime Politiche hanno trovato sulla scheda il nome del candidato premier".  E’ la svolta (tanto attesa da Silvio Berlusconi). Il numero uno della Camera mette così fine a tutte le ipotesi di un governo bipartisan o del Presidente (come ha chiesto Rutelli) nel caso dovesse cadere il Cavaliere. Un esecutivo che avrebbe dovuto fare perno proprio sull’ex leader di Alleanza Nazionale: o come presidente del Consiglio ‘traghettatore’ o quantomeno per la sua pattuglia di fedelissimi in Parlamento. Niente da fare.
     Fini ha scelto il momento perfetto per sottolineare la sua fedeltà a Berlusconi e spazzare via dubbi e retroscena. Nel mezzo della bufera per la sentenza (e le relative motivazioni) che hanno condannato la Fininvest a pagare 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti e alla vigilia della riunione fondamentale della Corte Costituzionale chiamata a decidere sul Lodo Alfano. Bossi non esclude il ricorso alle elezioni anticipate, Calderoli attacca duramente – ma senza citarlo – Gianni Letta, il Pdl è pronto a manifestare per difendere il Cavaliere e nel Centrodestra si parla ormai apertamente di un tentativo di golpe. Di sovvertire la volontà popolare.
     Ed è proprio in questo contesto che la dichiarazione di Fini è tanto lapidaria quanto importantissima: il presidente del Consiglio può contare sull’appoggio del suo storico alleato. Certo, bisognerà vedere il prezzo che il co-fondatore del Popolo della Libertà farà pagare al fondatore. Il Quirinale? Palazzo Chigi? A questo punto la strada è spianata…
     Le parole di Gianfranco Fini "Nel nostro sistema, la maggioranza è quella che esce dalle urne. Non a caso gli elettori che hanno votato nelle ultime politiche hanno trovato sulla scheda il nome del candidato premier". Così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, a Napoli, rispondendo a una domanda di uno studente legata a una sua preferenza tra forme di governo di stampo francese e di stampo anglosassone. "Quello francese – dice – è più vicino a noi per storia, cultura e tradizione e può rispondere meglio di quello americano alla nostra democrazia".

    "In Italia – ragiona Fini – abbiamo fatto le riforme con una scorciatoia e abbiamo l’elezione diretta del capo del governo attraverso la legge elettorale. Di fatto siamo già in una democrazia molto diversa da quella congegnata dai padri della Costituente. Oggi – prosegue – nessuno dice ‘la maggioranza esce dalle aule del Parlamento’, ma tutti dicono ‘la maggioranza esce dalle urne’ perché si vota la coalizione e sulla scheda delle ultime elezioni c’era il nome dei candidati premier delle coalizioni".

     Dunque, a suo giudizio del presidente della Camera, "bisognerebbe razionalizzare nella Costituzione quello che è già stato introdotto con le leggi ordinarie". Il dibattito sulla forma di governo "non dico che è inattuale, ma non è la questione che può condizionare il sistema", conclude.

Scudo fiscale. Questa è la politica. Questo è il Pd

     Ha lasciato, oltre l’incredulità e lo sconcerto, una profonda ferita l’assenza dei deputati del Pd alla votazione al voto sull’infame scudo fiscale. Non bisogna fare di tutta un’erba un fascio. Ma gli assenti hanno torto e lo spettacolo di gente super pagata dedita a seguire le beghe congressuali interne (perché lì sta la salvaguardia o la perdita del proprio potere e della propria poltrona) più che gli interessi del Paese lascia non solo l’amaro in bocca, ma disgusto.  In parole povere, fa “passare la voglia”, allontanando ulteriormente elettori e cittadini.

     Ma questo oggi passa il convento. Siamo alla farsa. Questa è la politica. Questo è il Pd, (del Pdl, si sa che è anche peggiore …), principale erede di quel Pci “antidemocratico” giunto da solo a superare il 34% dei voti, quel Pci che faceva scrivere in grassetto su l’Unità: “I senatori e i deputati devono essere presenti in Aula, senza eccezione alcuna”. E le eccezioni non ci furono mai.

      E oggi, fanno semplicemente ridere (di vergogna) le minacce di “immediate sanzioni” gridate dal “pesce lesso” Antonello Soro, capogruppo (si fa per dire) Pd a Montecitorio. Il bla bla dei Bersani, Franceschini, Marino ha trovato ieri alla Camera l’ennesima conferma di qual è la differenza fra il dire e il fare. Altro che partito “liquido”! Il Pd è liquidato.  In un sol colpo ha perso la faccia e la dignità. Non è la prima volta. E non sarà l’ultima.

Il clima nel Pd diventa caldo. Rinviata la riunione di segreteria prevista per domani

     Franceschini – Una situazione particolarmente grave. Cosi’, secondo quanto si apprende, Dario Franceschini definisce la situazione che si e’ venuta a creare dopo che Filippo Penati ha di fatto delegittimato l’attuale segretario del Pd sottolineando che i 2/3 del partito sono a favore di Bersani e chiedendo quindi una gestione collegiale. Franceschini, decisamente irritato, ha gia’ sconvocato la segreteria prevista per domani e ha telefonato sia a Pier Luigi Bersani sia a Massimo D’Alema per ricordare che il segretario – come prevede lo statuto – sara’ eletto con le primarie del 25 ottobre e chiedendo di prendere le distanze da Penati.

     "Classifichiamo la cosa come uno scivolone e chiudiamola li’. Una cosa e’ coinvolgere i candidati nella gestione del partito sino all’elezione del segretario alle primarie del 25 ottobre, come ho fatto dal primo momento e continuero’ a fare. Un’altra cosa e’ dire, come ha fatto Penati, che in seguito al primo voto dei circoli il partito non ha piu’ un segretario". E’ quanto afferma in una nota il segretario Pd, Dario Franceschini. "In un momento cosi’ difficile, nel Paese e in Parlamento, serve – conclude – piu’ senso di responsabilita’. L’incidente per me e’ chiuso con le parole di Bersani e D’Alema".

     Fonti vicine a Franceschini fanno notare che la situazione e’ grave dal momento che di fatto una gestione "condivisa" c’e’ gia’: da quando e’ stato indetto il congresso, infatti, ad ogni riunione di segreteria partecipano anche Bersani e Ignazio Marino o in loro assenza, i coordinatori delle rispettive mozioni. Questo – viene spiegato – proprio per garantire la massima condivisione possibile. Ma com’e’ possibile, si chiede chi sta vicino a Franceschini, pronunciare queste parole di delegittimazione a 25 giorni dal voto delle primarie? Che, ricordano, sono determinanti per la scelta del nuovo segretario.

     Marino – "Spero che Bersani smentisca immediatamente le dichiarazioni del coordinatore nazionale della sua mozione. Altrimenti non si capisce perche’ abbia riempito le citta’ di manifesti che invitano a voltarlo alle primarie del Partito Democratico". Lo afferma Ignazio Marino, candidato alla segreteria del PD, intervenendo nella polemica "aperta dalla richiesta di dimissioni avanzata a Franceschini da Filippo Penati".

     "Se Bersani pensa di essere il segretario del partito perche’ arrivare fino al 25 ottobre? Se pensa che il segretario sia gia’ stato eletto con il voto dei circoli – conclude – e’ grave, soprattutto perche’ offende il popolo delle primarie".

     Bersani – "Sgombriamo il campo da ogni equivoco piu’ o meno interessato. Franceschini, come e’ ovvio e come e’ giusto, e’ a pieno titolo il segretario del Pd cosi’ come prevede lo statuto, e ha la nostra piena collaborazione come e’ stato fin qui". Lo dice Pier Luigi Bersani, candidato alla segreteria del Partito democratico, che aggiunge: "Nei momenti significativi, anche nella fase congressuale, abbiamo sempre trovato il modo di garantire l’unita’ delle posizioni del Pd. Sono sicuro che cosi’ avverra’ anche in questa fase. Ci auguriamo tutti che le primarie abbiano un grande successo di partecipazione, cosi’ come e’ stato per la fase dei congressi di circolo, e lavoriamo tutti per questo. Sono convinto che il confronto che avremo dara’ forza al nostro progetto e alle prospettive del nostro partito".

     Finocchiaro – Anna Finocchiaro ha invitato ad abbassare i toni del dibattito interno nel Partito democratico in vista delle primarie. "Il Pd sta compiendo un percorso democratico che unitariamente abbiamo deciso", ha sottolineato la presidente dei senatori democratici in una nota, "si sta svolgendo in queste settimane una fase congressuale interna al partito, che vede una grande partecipazione di iscritti, che sara’ seguita dalle primarie. Questo percorso decidera’ chi sara’ il segretario del Pd dopo il 25 ottobre".

     Tuttavia, ha detto ancora, "il Pd in queste settimane non ha chiuso. Il Pd e’ in campo, non si e’ preso una pausa, sta lavorando, in Parlamento i suoi gruppi stanno facendo l’opposizione a questo governo e Dario Franceschini e’ il segretario di tutto il Pd. Per questo inviterei tutti, a qualsiasi mozione appertangano, a evitare affermazioni e dichiarazioni sinceramente fuori luogo".

     E’ evidente, ha proseguito, "come una competizione per la leadership impostata in questo modo porti inevitabilmente a una radicalizzazione dello scontro tra i candidati. I miei dubbi sul percorso scelto nascevano anche da queste preoccupazioni. Ma per evitare questi rischi", ha concluso la presidente del Pd al Senato, "serve anche una maggiore responsabilita’ di tutto il gruppo dirigente: e’ necessario abbassare i toni ed evitare affermazioni che feriscono prima di tutto il Pd stesso".

     D’Alema – ‘Le parole di Bersani hanno gia’ chiarito la nostra posizione all’interno del Pd e spero, vivamente, che le polemiche finiscanmo anche perche’ la discussione sulla segreteria e’ un argomento che, per quanto mi riguarda, non esiste’. Cosi’ Massimo D’Alema a Latina in occasione dell’incontro pubblico organizzato dai vertici provinciali del Pd per la presentazione della mozione Bersani. ‘Nessuno – ha aggiunto D’Alema – ha intenzione di mettere in discussione il segretario del partito e credo seriamente che ci sia bisogno di maggiore serieta’ anche perche’ andra’ considerato con rispetto l’esito del prossimo congresso. Per questo non c’e’ nessuna polemica in corso e un eventuale bilancio si fara’ il 25 ottobre’. E sempre a Latina e’ scoppiato un piccolo caso per la presenza, tra le prime file del teatro ‘Cafaro’ che ospita la manifestazione del Pd, del senatore del Pdl Giuseppe Ciarrapico: ‘Non ho invitato io Ciarrapico, anche perche’ – ha spiegato D’Alema rispondendo alla domanda sulla presenza del parlamentare forzista in platea – sono io stesso un invitato, la domanda andrebbe girata a lui’.

IL Grande centro?

     Lo chiamano Grande Centro. Un luogo dell’anima, più che politico, equidistante e estraneo ai due poli e, chissà perché in Italia, di ispirazione rigorosamente cattolica e neo-democristiana. Se ne parla tanto, per ora. E basta. Una volta sembravano stessero per farlo Clemente Mastella e Pierferdinando Casini.Era l’estate del 2007 e sostenevano un po’ controvoglia il governo di Romano Prodi il primo (da ministro della Giustizia), la leadership di Silvio Berlusconi all’opposizione l’altro. Ma molte cose, in pochi mesi, sarebbero cambiate. Mastella contribuirà a far cadere il suo stesso governo, Casini rifiuterà il Pdl.

     Capitolo Mastella. Dopo un anno di spaesamento, il celebre ceppalonese ha trovato un’intesa con il Pdl che lo ha portato al Parlamento europeo (a suon di voti, a dir la verità). Ormai al Grande Centro non ci pensa più. Alle prossime regionali, la sua Udeur presenterà liste proprie in quattro sfide: Campania, Lazio, Calabria (con il Partito Repubblicano italiano di Francesco Nucara), Puglia. Ma in tutti e quattro i casi, alleata con il Pdl. Udeur che, fra parentesi, sembrava a un passo dallo scioglimento e invece si è silenziosamente rialzata, almeno a livello di organigramma. In Campania, sua roccaforte massimamente nella provincia natale di Benevento, Mastella ha scelto come segretario regionale l’ex vicesegretario socialista Giulio Di Donato. Ha poi investito il calabrese Pasquale Donato per la segreteria del  partito a Roma. Ma la vera stella dell’Udeur nel Lazio è Marco Verzaschi, ex sottosegretario alla Difesa e già assessore regionale all’Ambiente e poi alla Sanità con Francesco Storace. Comunque sia, e nonostante gli abituali tira e molla pre-elettorali, il percorso dell’Udeur è ancorato al centrodestra.

     E Casini? Nonostante le recenti dichiarazioni di guerra, l’Udc quasi sicuramente non andrà da sola in nessuna regione, nel 2010. Se al Nord c’è da sciogliere il nodo dell’incompatibilità, vera o presunta, con la Lega, al centrosud i centristi hanno ampi margini di manovra. In Campania se la sta vedendo Ciriaco De Mita, cui Casini ha assicurato carta bianca, nel momento preciso in cui, un anno fa, il leader di Nusco ha fatto il suo ingresso dopo la rottura col Pd. Vicino l’accordo con il Pdl: ai centristi andrebbe la vicepresidenza e, contestualmente, la candidatura del suo deputato Domenico Zinzi alla presidenza della Provincia di Caserta con l’eventuale ingresso alla Camera di Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco e primo dei non eletti. In Puglia, se il Pd dovesse candidare il lettiano Francesco Boccia al posto di Nichi Vendola, l’Udc andrebbe col centrosinistra. Partita aperta in Calabria. Mentre nel Lazio pare ormai certo che l’Udc si schiererà con il Pdl, sotto le insegne di Renata Polverini (segretario Ugl) candidato presidente.

     Ma c’è anche chi dal centro davvero non intenderebbe muoversi, custodendo la propria equidistanza e inalberando  la propria matrice cattolica. Così, proprio alle Regionali del Lazio, ha preannunciato di voler correre con liste autonome Publio Fiori, ex An, sostenuto dai movimenti Rifondazione Dc e Rinascita Popolare. Dopo che i contatti con l’Udc per entrare nella Costituente di Centro sono falliti, Fiori ha cominciato a guardarsi intorno. Partendo dai più vicini per denominazione. Ma la Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza, oggi sottosegretario all’istruzione, non si muove dal centrodestra e dalla sfera di governo. Mercoledì 23 settembre, seduto insieme a Fiori al tavolo di un bar romano, dalle parti del Pantheon, c’era un altro cattolico e ex democristiano doc: l’ex ministro all’Istruzione e segretario del Partito popolare Gerardo Bianco, oggi leader di "Italia Popolare – Movimento per l’Europa", con Alberto Monticone e Lino Duilio.

      Ma la posizione di Bianco  è chiara: da soli non si va da nessuna parte, specie se si manca pure di un radicamento elettorale come quello dell’Udc. Berlusconi mai, chiarisce Bianco: bisogna guardare al Pd. E aspettare il congresso. Ma ancor prima, gettare più di un occhio alle scelte di Francesco Rutelli. Racchiuse, secondo molti, nel suo ormai celebre "Libro per un partito mai nato", che sarà presentato il 4 ottobre a Roma, all’auditorium di Via della Conciliazione. Se i rutelliani decidessero prima o poi di abbandonare i Democratici, tutti i discorsi si riaprirebbero. Anche quello del Grande Centro.